Cyber-Umarèll

Arnold Schwarzenegger sta girando il quinto “Terminator”.

Sono riuscito fortuitamente ad entrare in possesso del copione (una cugina del mio tapparellista fa la donna delle pulizie ad Hollywood e ne ha trovata una copia in un cestino) e posso svelarvi in anteprima mondiale la trama (finora segretissima e coperta da embargo totale), così potrete evitare di andare al cinema a subire l’ennesimo tecno-polpettone: gli euri risparmiati li potrete più proficuamente investire per portare la fidanzata al parco e offrirle una grattachecca al tamarindo, un chinotto, un gazzosino …

In sintesi.

Arnold, con lo sguardo sempre più appannato e le movenze appesantite, è il solito cyborg che viene spedito nel passato per proteggere la famiglia Connor, il cui erede dovrà in futuro guidare la rivolta degli umani contro le macchine.

La novità è che stavolta il massiccio californiaustriaco, che ormai è sulla settantina, per passare inosservato si fa passare per un pensionato qualsiasi. Sandalo modello “Pietrelcina by night”, calzino tubolare bianco, pantapinocchietto in terital con portachiavi milleusi agganciato al passante, tracolla da controllore (abbastanza grande da contenere il Corriere dello Sport opportunamente ripiegato, oltre alla carta d’argento e alle tessere della bocciofila, delle TERME di Sant’Omobono e dell’ASL), camicia hawaiana in poliestere misto acrilico, aperta su canotta traforata con macchia di sugo, cappellino con visiera sponsorizzato “Salumi Negrini”.

Al suo arrivo nel 2014, Schwarzy si distrae rimanendo intere giornate come ipnotizzato, con le mani dietro la schiena e il naso appiccicato alle recinzioni dei cantieri dell’Expo, che sono quasi TERMINATI (abbiamo detto che è un film di fantascienza). Il capocantiere, spazientito dai consigli non richiesti di questa presenza molesta (“Ci vorrebbe meno ghiaia, nell’impasto del cemento armato …”, “Per stringere quel bullone ci vuole una chiave del 18 …”) lo caccia via in malo modo. E’ in quel momento che il nostro eroe si rende conto che non ricorda cosa era venuto a fare. A quel punto arriva Svetlana, una cyber-badante inviata da un’associazione molto potente, che nel mondo futuro si occupa dei robot invorniti (“AmneSy International”).

Svetlana, uno sbrigativo e inquietante femminone XXXL dallo spiccato accento slavo, con una manata svelle e poi sderèna un bancomat per procurarsi la grana, con la quale lei e Arnold vanno a rifocillarsi da un kebabbaro prima di affrontare la battaglia finale.

Qui entra in scena il cattivo, il cyborg vestito da poliziotto, anche lui nel frattempo diventato anziano. Taciturno e implacabile come una volta, ma ancora più lento di riflessi, viene crivellato dai colpi di Arnie. Non è finita: come l’araba fenice, l’ottuso scontroso risorge dalle sue ceneri con la sua specialità: la liquefazione (chi ha visto il primo Terminator se lo ricorderà).

E’ qui che entra in scena Svetlana, che vanifica la liquefazione introducendo repentinamente un enorme catetere nel basso ventre del reprobo, che viene interamente assorbito da un maxi-pannolone e smaltito nel cassonetto dell’indifferenziata.

E vissero tutti felici e contenti nella loro bella casa.

Protetta.

TAGS

Zerocinquantasei

Grandi “squàsimi” per il trionfo di Renzi, che ha preso ben il 40,9 per cento.

E anche Grillo, che pure è stato trombato, si consola pensando che il suo partito è pur sempre il secondo, con il 21,2 per cento.

Per smorzare certi facili entusiasmi e sfatare dei miti di cartapesta (come la famosa “maggioranza degli italiani” che a suo tempo avrebbe votato per l’ex-Cav),  è utile tener presente che queste percentuali sono calcolate sui voti validi.

Quindi: ai 49.256.169 aventi diritto al voto, bisogna sottrarre i 20.348.165 che non sono andati a votare, oltre alle 577.856 schede bianche e alle 958.401 schede nulle o non assegnate, che fa un totale di 21.884.422 di non-voti (circa il doppio dei voti del PD, pari al 44,4%).

Il dubbio era venuto a un ingenuo elettore di Grillo (non particolarmente brillante in matematica), che aveva denunciato sulla sua pagina di Facebook che i conti non tornavano: 44,4 per cento di astenuti, 40,9 del PD e 21,2 di Grillo superano da soli il 100%, senza contare tutti gli altri partiti. “Ci stanno fregando, ragazzi!”

Facciamo un ripassino: il 44,4% degli astenuti è la reale percentuale calcolata sugli aventi diritto al voto. Tutti i risultati degli altri partiti devono essere parametrati sul restante 56% (cioè la percentuale dei voti validi).

Si scopre così che il PD ha preso il 22,8% (dei voti validi: il famoso 40,9% moltiplicato per zero virgola cinquantasei), i pentastellati l’11,8%, Nonno Pompetta il 9,4%, la Lega il 3,4%, Alfano il 2,4% e Tsipras un misero 2,3%.

Non è una bella notizia, ma il dato di fatto è questo: la maggioranza (relativa, ma schiacciante) degli italiani se ne strafrega della politica.

E c’è anche una notizia peggiore: la politica se ne strafrega degli italiani.

Il papello sarebbe finito alla riga sopra. Aggiungo solo una vignetta, dedicata alla maggioranza degli italiani, cioè a quelli che ci capiscono poco di matematica, e hanno cominciato a sognare palme e paradisi tropicali già dopo aver letto il titolo del post


 

TAGS

Voto come mi ha insegnato la mia nonna

1914: nel cuore dell’Europa scoppiava la prima guerra mondiale. Mia nonna compiva tre anni.

Mi hanno raccontato un episodio, ieri sera. Uno di quegli episodi minori che non si trovano sui libri di storia, perché non contano niente.

Successe in un momento di tranquillità, nelle zone aspre e inospitali dove si trovava la fronte italo-austriaca (“la fronte”, come si diceva prima che il fascismo virilizzasse tutto l’apparato bellico: il fronte invece che la fronte, il Piave invece che la Piave …).

Dopo mesi estenuanti passati cercando di schivare schegge e pallottole, rintanati come topi in una trincea maleodorante, umida e gelida, un soldato dei “nostri”, un italiano come tanti (solo un po’ più ubriaco) a un certo punto prese il fiasco del vino, con la veemenza con cui si sguaina la baionetta, e uscì allo scoperto urlando come un ossesso.

I crucchi non credevano ai loro occhi: quel pazzo si esponeva ai mirini delle loro mitraglie, per di più attirando l’attenzione, latrando cose senza senso.

In un tedesco maccheronico gridava, abbastanza forte da far sentire l’eco per quelle valli impervie: “BASTA! FACCIAMOLA FINITA CON QUESTA GUERRA DI MERDA! CHE CAZZO CE NE FREGA A NOI DI AMMAZZARCI COME CANI? VENITE FUORI DALLA VOSTRA FOGNA A RESPIRARE UN PO’ D’ARIA PULITA INSIEME A NOI. FACCIAMOCI UNA BEVUTA INSIEME, PERDIO!”

E qui accadde un piccolo miracolo. Dalla trincea uscì uno dei “nemici”, e si avvicinò con cautela allo scalmanato italiano.

Quando furono faccia a faccia, mentre i loro compagni trattenevano il fiato sbirciando dalle feritoie, il tedesco offrì da fumare, e l’italiano porse il fiasco.

E si abbracciarono (molto forte, secondo me).

A quel punto uscirono tutti gli altri, come formiche che sciamano fuori dalla tana, e trascorsero un pomeriggio indimenticabile, cantando, suonando e bevendo, dandosi pacche sulle spalle e raccontandosi storie di figli che chissà quanto saranno cresciuti, di mamme che avrebbero bisogno di cure, di mangiate pantagrueliche,  di fidanzate bellissime e di facilissimi costumi.

Non c’è un lieto fine: fraternizzare era contro le regole, e ci fu un inchiesta. I “responsabili” passarono i loro guai, per quell’atto di insubordinazione collettiva: erano lì per ammazzarsi tra di loro, mica per far festa.

Però c’era più buon senso nelle frasi sconnesse ululate da quell’ubriaco, che nella retorica patriottarda di ufficiali ottusi e crudeli come Graziani o come Cadorna.

Per inciso: Graziani è quel criminale di guerra che in Africa fece strage di civili col gas, e che durante la prima guerra mondiale si distinse per aver ordinato decine di fucilazioni di soldati italiani (tra cui uno colpevole di aver “fumato la pipa guardandomi senza salutare”); Cadorna invece è quel coglione che dimezzò l’esercito lasciando decine di migliaia di uomini allo stremo senza viveri e munizioni, circondati dalle veloci truppe di Rommel, per poi incolpare della sconfitta “la vigliaccheria dei soldati” che non avevano voluto “resistere fino alla morte per difendere Caporetto” come aveva ordinato lui.


2014: è passato un secolo. Ci sono le elezioni Europee (e la guerra continua a far paura).

Da noi il partito trasversale dominante (Renziberlusconialfanomontiscajolascilipotirazzisantankè), quello dell’ottusa austerità a senso unico, ci sta portando a un declino da Repubblica di Weimar, che inasprisce le condizioni delle fasce più deboli della società (senza peraltro produrre nessuno degli effetti sperati dai suoi promotori, Merkel esclusa).

La scelta giusta, secondo me, è di schierarsi in difesa di queste fasce più deboli, sempre e comunque: giovani, precari, donne, bambini, profughi, handicappati, “diversi”. Gli esclusi, i non protetti. Me lo diceva mia nonna: “Nel dubbio, stare sempre dalla parte di chi prende le bastonate”. Ché prima o poi ci pensa la Storia, a stabilire che la ragione sta dalla parte “giusta” del bastone.

C’è un malessere diffuso, un disagio vero, dei bisogni reali, delle speranze disilluse, che finora hanno trovato sfogo solo nell’astensionismo, o nella demagogia dei grillini (o dei leghisti, o dei forconi  …).

Io preferisco stare dalla parte di quelli che non vogliono uscire dall’Europa, ma vorrebbero un’Europa più giusta: un’Europa delle persone, non delle lobbies. Che poi sono i nipoti di quello ubriaco, che agitava il fiasco invece che il moschetto, ma che diceva le verità che nessuno aveva il coraggio di dire.

Per dire che a ‘sto giro voterò Tsipras.

Tsipras

So che non servirà a niente (un collega, tra l’altro politicamente più informato della media, oggi mi ha chiesto: “Tsipras chi?”): siamo ancora troppo sazi, per così dire. Quando la crisi morderà come in Grecia, dopo aver toccato il fondo, anche in Italia si acquisirà una diversa consapevolezza della profondità della “tana del Bianconiglio”.

La soddisfazione non è poter dire, in futuro: “Io l’avevo detto”. La soddisfazione è la coscienza di essere nel giusto.

E per fortuna in questi casi mi aiutano gli insegnamenti di mia nonna.

 

TAGS

Scusate il romanticismo

All’inizio non mi ero stupito che Scajola (detto “lo gnorry”) fosse arrestato per complicità con un malavitoso in affari con la ‘ndrangheta.

Però l’intercettazione che ho letto oggi, tra Chiara (C), l’avvenente moglie del latitante Matacena, e l’ineffabile gnorry di Imperia (S), getta una luce enigmatica sull’intera vicenda. Il dialogo è questo:

C = Cioè, una cosa è certa, devi venire oggi se puoi (a Montecarlo, ndr).

S = Va bene, senti … allora, ti chiamo dopo e faccio in modo di raggiungerti, ti chiamo dopo.
C = Meglio oggi perchè …
S = Quando preferisci?
C = … può darsi che domani mattina parto presto, quindi, se tu vuoi …
S = A che ora preferisci?
C = Ora, subito, quando vuoi tu … poi quando vuoi …
S = Va bene, ti chiamo dopo.


Sarà che sono un inguaribile romantico, ma vorrei provare a dare una lettura meno squallida degli avvenimenti. Perché non è detto che sia sempre e solo una questione di vile pecunia: magari c’è dietro un rovente  love affair.
So che sembra impossibile, ma proviamo per un attimo a sgombrare il campo dai soliti pregiudizi sulla casta dei tangentari e prefiguriamoci un intrigante scenario alternativo.
Chi lo dice che il povero Matacena, con quella “faccia da ‘nduja” e quelle cravatte emetico-psichedeliche
invece che un incallito criminale non potrebbe invece essere l’ignara vittima di una torbida tresca ordita alle sue spalle dalla fedifraga femme fatale e dall’ignobile fetentone?

Proviamo a vedere come potrebbe essere andata.
In effetti lo sventurato Amedeo non è affatto colpevole di reati gravi come il riciclaggio e il concorso esterno in associazione mafiosa. L’unico reato che è consapevole di aver commesso è l’abusivo download, da e-mule, dell’intera filmografia di Franco e Ciccio, da proiettare agli amici per animare le feste in villa.
Reato penale, certo, ma più veniale e meno odioso di quelli contestati nel mandato di arresto.
Il perfido ex-ministro, per avere campo libero con la sua squinzia, ha deliberatamente terrorizzato il citrullo ventilando un’indagine da parte della polizia postale, per “costringerlo” a riparare all’estero (ricordiamo che attualmente il babbeo caduto in disgrazia lavora in un ristorante di Dubai).
Me lo immagino, il mefistofelico Scajola, mentre si avvicina torvo all’ingenuo cornutone e, dopo un’occhiata intorno per essere sicuro di  essere lontani da sguardi indiscreti, lo prende per un braccio e gli sibila in un orecchio (parafrasando Razzi): “Amicomiiio, esci dall’Europaaa! … Fattilicàzzzzituaa! … Vattene via e non farti più vedere! … Vai a Dubài! A infiammare il Granmarniè sulle crèp degli sceicchi!
E quello si mette degli occhialoni neri ed espatria, con un paio di soppressate e i DVD di Francoecciccio nel trolley.

No, eh?
Peccato, perché sarebbe stato molto più avvincente, se fosse andata così.

Invece è sempre la solita storia, con lor signori che rubano a man bassa nonostante siano tutt’altro che indigenti.

Altro che a Dubai: io li manderei in quel paese che finisce per ‘nculo, la cui capitale comincia per vaffa.
TAGS

Quattordicenni brutti

Sul “suo” Facebook, e soprattutto su Ask, si trovano commenti graziosi e talvolta “bimbominkiosi”, tipici dell’età dell’adolescenza (cuccioli, cuoricini, fiorellini …)

ma anche messaggi spietati e crudeli, tipo «dimostri 10 anni», «sei un cesso, nasconditi», «sei la vergogna delle ragazze del 2000».

Lei è gracile, minuta. A qualcuno l’avrà anche spiegato, che è per via dei problemi cardiaci e renali.

Lei si sente brutta (come tutti), e soprattutto è debole. Il cuore è debole, a quattordici anni (e non è solo questione di essere cardiopatici).

Così in una notte di primavera scrive la sua decisione agli amici (con Whatsapp), sale al sesto piano del tranquillo condominio di Venaria, dove abita con i genitori e la sorella.

E lascia che i pochi chili di carne del suo corpicino acerbo si schiantino sull’asfalto, con un tonfo sordo e secco. Tùnf.

Le “ragazze del duemila” potranno mai essere brutte? A quattordici anni non si è né carne né pesce, né brutti né belli (anche Justin Bieber e Miley Cyrus).

Però si può essere molto cattivi. Con i compagni di scuola, di gioco, di quartiere. Con i “contatti” dei social, più o meno sconosciuti.

E si può essere cattivissimi anche con sé stessi, a quattordici anni.

Ai nostri ragazzi, che sono corazzati di smartphone, sono iperconnessi e si destreggiano tra i social, ma che sono fragili come (e più) degli adolescenti di una volta, dovremmo insegnare ad essere più buoni.

Tùnf.

TAGS

Tutta colpa della maestra

Tutta colpa della maestra.

Lei era la quintessenza dell’esotico: per un seienne di campagna era quanto di più affascinante potesse arrivare dalla rutilante città (Ferrara, mica Parigi).

Intanto sapeva tutto: consonanti, doppie, proprietà commutativa, assiro-babilonesi, poesie di Pascoli e canzoni di Natale. Una bionda onnisciente che – questa era la mia impressione – mi aveva scelto come suo alunno preferito.

Poi narrava di esperienze stravaganti, fuori dal comune. Per esempio non si limitava a farsi qualche settimana di mare sulla riviera romagnola, come facevano i più fortunati di noi campagnoli: lei andava sullo Ionio, dove il mare pare avesse trasparenze cristalline. E soprattutto ci arrivava molto velocemente: il marito (stimato e posizionatissimo funzionario di banca) conduceva la FIAT 124 a velocità fotoniche (“Si mette in corsia di sorpasso a Ferrara Sud, e ci rimane fino al casello di Taranto”, frase che non ho più dimenticato e che vale più di mille lezioni di Educazione Stradale).

I miei dicevano che le FIAT fanno cagare. Noi avevamo un’Anglia Torino. Motore indistruttibile Ford, ma carrozzeria italiana: alla fine non era più bianca ma color ruggine.

Suo figlio (Sandro, e lì mi dispiacque di chiamarmi Alessandro: Sandro suonava molto più chic), invece di limitarsi a giocare a fùtbol come noi bifolchi, addirittura era una specie di campione di sci. Detta così sembra una cazzata, ma alla fine degli anni ’60, a Coronella, lo sci era una specialità esoterica quanto il badminton. il cricket o il polo.

Dal bar-tabacchi del paese la maestra si faceva arrivare tutti i giorni un cappuccino, in una seducente tazza termica color nocciola col coperchio avvitato, e lo sorseggiava pucciando languidamente la brioche mentre con voce stentorea ci declamava il dettato (“Il lavoro del poM-piere è utile alla colleT-Tività! …”). Io scrivevo e intanto pensavo: quando sarò grande anch’io mi prenderò un cappuccino.

I miei erano cUmunisti doc, di quelli fedeli alla linea dettata dal politburo. Tipo che ascoltavamo i dischi con i cori dell’Armata Rossa (http://www.youtube.com/watch?v=VJ9q7N5e25c) , che ci aveva portato mio zio da Mosca. Invece la maestra si vantava di essere democristiana e aveva il mito dell’America: tendenza tra i Beach Boys e Rita Pavone, però ci leggeva Mark Twain e ci parlava di Kennedy e Luther King, della nuova frontiera. Una volta ci portò al piano di sopra, nell’appartamento della bidella (!), ad assistere alla diretta TV di un allunaggio. A casa la televisione l’avevamo solo dal 65 (quella a colori arrivò nell’82, quando ormai in Italia eravamo rimasti al bianco e nero solo noi e Cossutta), e non l’usavamo certo per assistere a queste “americanate”.

Insomma, tra le varie cose che ci raccontava quando era in vena di divagazioni, veniva spesso fuori che suo marito e suo figlio (ma perfino lei!) erano tifosissimi del Milan.

E ci spiegava che il segreto della freschezza atletica del mitico Golden Boy (Gianni Rivera, il primo pallone d’oro italiano) stava nel fatto che non si era sposato, ché quando si prendono la moglie in casa i giocatori “si spompano” (un concetto che assimilai come dogma indimostrabile, perché in realtà mi sfuggiva la reale portata del problema).

Mio padre era blandamente interista, e mia madre decisamente agnostica: sapevo che eravamo comunisti, ma calcisticamente non eravamo “niente”.

Fu così che, in quel periodo, si posero le incrollabili fondamenta della mia fede rossonera.

La prima partita che ricordo di aver visto fu la finale dei Mondiali del Messico: l’oltraggio che mi ferì di più non furono le 4 pere che ci rifilarono Pelé & C., ma lo scandalo di aver tenuto in panchina Rivera per 85 minuti. La mia prima indignazione calcistica: avevo otto anni.

Ai tempi il presidente del Milan era Buticchi (ramo petroli), poi ricordo Duina (settore tubi) e quindi una serie di personaggi variamente inaffidabili, che arrivarono a trascinare per ben due volte la squadra in B (una volta a tavolino e una volta sul campo, ma la rabbia è la stessa). Facemmo tutti i record di affluenza, per i campionati di B: i tifosi del Milan sono i “casciavìt”, gente semplice delle case di ringhiera, mica dei “bauscia” con la puzza sotto il naso come i signorotti della sponda nerazzurra (per non parlare dei tifosi della Juve, che è più facile trovarli a Messina o a Lamezia, ché i torinesi veri tengono per il Toro).

Quando arrivò Nonno Pompetta, che ai tempi non era ancora in politica, fui contento: finalmente uno con la grana. E infatti arrivarono campioni che il mondo ci invidiava (i tre olandesi: i due neri e il cigno di Utrecht, e poi Donadoni, Weah, Baggio, Sheva, Kaka, Nesta, Pato, Thiago Silva, ma anche Papin, Boban, Savicevic, Cafu, Serginho, Seedorf, Pirlo …), e quindi grappoli di coppe e scudetti. Chi non capisce niente di calcio mi diceva: come fai a tifare per la squadra di Berlusconi?

Non sanno che è più facile cambiare la mamma, che cambiare la squadra del cuore (CUORE).

Adesso è tornato il buio: i motivi per essere indignati non mancano (“Vi supplico di essere sempre indignati” diceva Martin Luther King). Negli ultimi anni hanno spolpato la squadra vendendo i giocatori più forti e sostituendoli con roba da hard discount, cercando di far credere ai tifosi che era un’operazione di “svecchiamento”.

Ma noi tifosi mica ci perdiamo d’animo: abbiamo visto di peggio. Il Milan non sono mica gli alti papaveri della tribuna d’onore che nell’intervallo gozzovigliano nel foyer parlando d’affari; il Milan è l’urlo che sale dagli spalti di San Siro, riecheggia tra le rampe a fusillo, rimbalza sul prato e sulle maglie rossonere.

Quell’urlo siamo noi, che non ci stancheremo mai di gridare: FORZA MILAN!

 

TAGS

Sono Pazzi Questi Krukki

Uli Hoeness, il Boniperti tedesco, è stato condannato a 3 anni e mezzo di carcere per evasione fiscale.

La notizia sta in una riga, e non è niente di speciale. Quello che colpisce sono i contorni (“… causa e pretesto ed attuali conclusioni”, per dirla col poeta).

Intanto va detto che Honess, 62 anni, non è un pirla qualsiasi: ex-colonna della nazionale tedesca e capitano-bandiera del Bayern subito dopo l’era di Franz Beckenbauer, giovanissimo (per via di un infortunio) si avviò alla carriera dirigenziale nel club bavarese, fino a prendere il posto del “Kaiser Franz” anche alla Presidenza del club (club, tra i quali, attualmente campione d’europa e del mondo). E adesso è venuto fuori che ha evaso 27,2 milioni di euro.

E’ successo che un bel giorno si è aperta una falla nel famoso forziere del segreto bancario svizzero: alcuni bancari infedeli hanno copincollato su supporti magnetici i dati di migliaia di evasori europei, per rivenderli in nero ai governi interessati. Operazione spregiudicata e moralmente non ineccepibile: si tratta di venire a patti con dei disonesti extracomunitari (svizzeri), per perseguire dei disonesti compatrioti.

Le autorità italiane ci hanno pensato tanto (ma tantissimo!). Si sono arrovellati nel dubbio, hanno tentennato, nicchiato, riflettuto profondamente … e alla fine hanno deciso che non sarebbero scesi così in basso. Siamo leali e corretti  (diamine: noblesse oblige!), e gli evasori fiscali li vogliamo combattere ad armi pari, non con questi ineleganti mezzucci.

Quei buzzurri dei tedeschi, invece, hanno pagato senza fiatare.

Per esempio il Land Nord-Reno Westfalia (la loro Lombardia) ha sborsato autonomamente 10,3 milioni di euro (pecunia non olet, come dicono a Duesseldorf). Grazie a quei 10,3 milioni, i crucchi DI QUELLA REGIONE hanno incamerato oltre 3 MILIARDI di euro, addebitandoli agli evasori renani.

Quando ha capito che il cerchio si stringeva intorno al suo gruzzolo occulto, Hoeness ha pensato di autodenunciarsi spontaneamente, ottenendo così un consistente sconto di pena.

Perché da quelle parti c’è la certezza della pena (mica come in quei paesi levantini dove qualunque lestofante, se può spendere cifre vergognose, può comprarsi l’impunità). E tre anni e mezzo di galera, in Germania, vuol dire proprio tre anni e mezzo di galera (gli stravaganti teutonici non sono avvezzi ai nostri bizantinismi). Non ci saranno più le prigioni asburgiche narrate da Silvio Pellico, ma sicuramente il centravanti per un po’ prenderà il sole a scacchi.

Oggi l’ex-campione dichiara mestamente, tra le lacrime: “Dopo essermi consultato con la mia famiglia, ho deciso di accettare la sentenza della corte di Monaco. Ho chiesto ai miei avvocati di non presentare appello, in linea con la mia idea di DECENZA, comportamento e responsabilità personale. Evadere le tasse è stato l’errore della mia vita. Affronto le conseguenze di questo errore”.

 

Da noi gli evasori fiscali non piangono mai, anzi: spesso ridono istericamente.

Alla facciazza di chi le tasse le ha sempre pagate.

TAGS

Tanto è uguale

Uno è atterrato con la morosa in questa grande capitale. Ha “rotto il porcellino”: ha dato fondo ai risparmi, ma stavolta voleva fare qualcosa di speciale. Un weekend da sogno,  culminato con una serata in un famoso ristorante (ha dovuto prenotare il tavolo con tre mesi di anticipo!). Lo sa che è una follia per un giovane studente della Scuola Alberghiera, che si mantiene facendosi il mazzo in una pizzeria, ma una volta nella vita voleva provare l’ebbrezza di godere dell’arte di un celebratissimo e stellatissimo chef.

Un altro, dopo un lungo viaggio, arriva in un grande ospedale, passa per l’accettazione e va in sala d’aspetto. Le ha provate tutte. Forse questa, dopo tanti mesi, è la volta buona: gli hanno detto che questo chirurgo è il migliore, nel suo ramo (“Il Professore è un luminare di fama mondiale!”). Ha aspettato diligentemente il suo turno, ha affrontato spese, disagi e lunghe liste d’attesa, e adesso sembra finalmente in vista del termine del suo “viaggio della speranza”.

Poi c’è Bertolaso. La storia la sanno tutti. Il boss della Protezione Civile conosce un tipo (Anemone, casualmente beneficiario di appalti per le ricostruzioni post-disastri), il quale ha la fortuna di poter disporre di uno “Sport Village”, nel quale può occuparsi con professionalità del benessere dei suoi amici (non direttamente, ma tramite una dozzina di avvenenti meretrici). In particolare pare che Bertolaso (che poi ha dichiarato di soffrire di cervicale e contratture varie) abbia tratto particolare giovamento dai trattamenti erogati da un’abile massaggiatrice di nome Francesca, tanto da chiedere a Rossetti, uno che lavora per Anemone, di poter usufruire di un “follow-up”:

B: Sono Guido, buongiorno
R: Buongiorno Guido
B: Io sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti. Se oggi pomeriggio, se Francesca potesse… Io verrei volentieri… una ripassata”
R: Va bene
B: Perché so che è sempre molto occupata. Siccome oggi pomeriggio invece io sono abbastanza libero…

Epilogo.

Un compìto maître annuncia con sussiego all’aspirante cuoco: “La informo che stasera lo chef non può lavorare: ai fornelli è OBBLIGATORIO che vada la signorina Jessicah Longobucco, in ossequio alle nuove normative sull’alternanza di genere”

A quello in sala d’aspetto vengono a dire: “Il Professore ha appena terminato, con successo, un laborioso intervento. Il prossimo, quello su di lei, lo farà la Dottoressa Concettina Brambilla, per via delle quote rosa”

E infine a Bertolaso, in vece della prosperosa Francesca, viene assegnato un vigoroso massaggiatore turkmeno di 140 kili, Hossein Al-Zamani, che ha sempre l’alito che sa di birra ma pare faccia miracoli con la cervicale.

Morale.

Non è che io sia proprio contrario alle quote rosa (materia sulla quale il Governo Renzi ha confezionato la sua prima figuraccia).

Diciamo che una normativa così restrittiva sulla parità di genere non sarebbe assolutamente accettabile per settori di attività particolarmente delicati (non a caso ho fatto l’esempio del chirurgo, ma pensiamo anche al povero Bertolaso).

Però posso capire che possa essere agevolmente introdotta per ruoli e responsabilità che non contano una mazza.

Insomma: per i politici potrebbe anche andar bene.

TAGS

La grande illusione

Erano anni che non vedevo un film così bello.
Woody Allen ha detto: «Cerco spesso di fare dei film intelligenti, ma nessuno è all’altezza de “La grande illusione”»
Orson Welles ha indicato questo film di Jean Renoir come il miglior film da tramandare ai posteri.
Goebbels lo riteneva il “nemico cinematografico numero uno” del nazismo. Il film, uscito nel 37, fu proibito in Germania e fu ritirato dalle sale di Vienna, dove era in programmazione, il giorno stesso dell’invasione tedesca.
Molti film successivi gli devono molto: da L’uomo di Alcatraz al Dottor Stranamore, da Fuga per la vittoria a Frankestein Jr.
Girato alla vigilia della seconda guerra mondiale e ambientato durante la prima Grande Guerra, è un tenero e implacabile atto d’accusa contro la guerra in generale.
Scritto in modo impeccabile, con dialoghi profondi e leggeri e con perfetto equilibrio tra dramma e ironia (e qualche situazione di comicità surreale, come nella scena in cui un coro di drag queen intona la Marsigliese con un pathos sorprendente), il film è anche recitato da dio.
Ben delineati i personaggi, come il fascinoso proletario interpretato da Jean Gabin, che stringe un’amicizia “trasversale” con un ricco ebreo, insieme al quale fugge dal lager grazie all’eroismo di un aristocratico borbonico.
Ma il personaggio più interessante è l’antagonista: il nobile tedesco che dirige il campo impersonato da Eric Von Stroheim

ex-asso dell’aviazione invalido, irrigidito da placche d’argento nelle gambe e nella schiena, col collo ingabbiato in un tutore rigido (ecco dove hanno preso l’idea per il Darth Vader di Star Wars!). A un certo punto a questo cavaliere teutonico, mentre legge il catalogo dei tentativi di fuga dei suoi prigionieri («…una volta ha tentato di fuggire travestendosi da donna»), sfugge un impercettibile risatina. Cioé: Darth Vader che, senza ammorbidire la fissità del suo volto e senza darlo a vedere … Ride! Ride senza ridere. Quel momento lì, da solo, vale i soldi del biglietto, come quando De Niro/Al Capone piange e ride contemporaneamente ne “Gli intoccabili”. Adorabile, lui (recide il suo amato geranio, l’unico fiore della tetra fortezza, per omaggiare il nemico morto eroicamente: poesia pura). Ma anche l’umanissimo secondino (tedesco) e anche la dolcissima signora (tedesca) che salva la vita ai fuggiaschi.
Strano che, in un film sulla guerra, non ci sia nessuno veramente “cattivo”. La morale sembra essere che i cattivi non esistono (a parte l’umanità).
A un certo punto Gabin chiede all’amico: «… ma sei sicuro che quella laggiù sia la Svizzera? Sembra tutto uguale …» E l’ebreo gli risponde che i confini sono un’invenzione dell’uomo.
È tutta una grande illusione: che i tedeschi siano diversi dai francesi, che gli alleati possano comunicare tra loro, che i nobili abbiano affinità elettive, che la grande guerra stia per finire.
Che non ci potrà mai più essere un’altra guerra mondiale (ripeto: il film è del 37).
Un capolavoro. Bello sapere che in oltre mezzo secolo non avevo ancora avuto occasione di vederlo: chissà quante cose ho ancora da scoprire.

Mi piacerebbe che lo facessero vedere in TV. In prima serata.
In particolare vorrei che lo si vedesse, tutte le sere, nelle televisioni che guardano i signori della guerra, i Goebbels dei giorni nostri.
Magari si renderebbero conto di quello che stanno facendo.

TAGS

Non ce la può fare

Demolition man ® (Financial Times) sta sbriciolando i miseri resti del partito di cui è segretario.

Ha detto tutto e il contrario di tutto (“Mai con Berlusconi!”, “Fiducia a Letta!”, perché “Non m’interessa la scadenza del governo Letta, io posso aspettare!”, “Voglio andare al Governo solo dopo aver vinto le elezioni!”, anche perché “la carica da Segretario del partito non può e non deve essere sovrapposta a quella di candidato premier”, oltretutto quando perse dichiarò: “Avendo preso atto della sconfitta alle primarie, non faccio come quelli che non si fanno mai da parte e torno a fare il Sindaco, che è il mestiere più bello del mondo!”).

Tanti punti esclamativi. Camicia e jeans. Faccette buffe. Maniche arrotolate. Proclami roboanti. Sgommate con la Smart. E tante frasi a effetto (condite da un umorismo da oratorio che alla lunga è imbarazzante, ma pazienza).

Adesso finalmente ha l’occasione per dimostrare che non è solo chiacchiere e distintivo.

Perché finora l’elefante dell’apparato mediatico-propagandistico Renziano ha partorito solo il topolino della bozza di una legge elettorale basata su un sistema “proporzionale salsiccia e friarelli” congegnato in modo da obbligare gli elettori a scegliere tra lui e Nonno Pompetta (una furbata degna del Baffino stratega della Bicamerale: la Storia non insegna nulla). Una bozza che, allo stato attuale, vale come il Ponte sullo Stretto promesso dal pregiudicato di Arcore.

Gli amici che ho a Firenze me ne parlano molto (ma molto) male, ma forse è perché governare una città non è abbastanza, per un uomo di tanta ambizione.

Certo non è il tipo da cui comprerei un’auto usata, ma di una cosa gli devo dare atto, in tutta onestà.

Il compito che ha davanti non è semplicemente difficile, ma veramente improbo.

Dirò di più: secondo me può impegnarsi finché vuole, ma non ce la farà mai (e dico: MAI) a far peggio di chi lo ha preceduto.

TAGS