Si noti la palazzina rosa dietro all’albero, nella foto.
Dentro a quel tubo bianco c’è l’ascensore che mi porta al terzo piano. Io abito nel cubo che si vede a destra dell’ascensore, al terzo e quarto piano (così oltre agli svantaggi del condominio ho anche quelli della casa su due livelli, e con le scale in casa sono tutto il giorno su e giù, come il galleggiante del WC).
Non dico che è casa mia, perché ho pagato “solo” undici anni su quindici del mutuo, e per ora preferisco dire che la casa è della banca, anche se mi sobbarco tutti gli oneri annessi e connessi (a proposito, ringrazio in anticipo il governo Monti per il gentile pensiero).
Invece il palazzo a sinistra, sul quale ignoti vandali hanno vergato sinteticamente le loro opinioni sull’urbanistica è nuovissimo.
Prima c’era una ferrovia. Una ferrovia locale per pendolari (“Ferrovia Veneta”) che non dava molto fastidio: dopo le nove di sera non passava più neanche un trenino.
E ai lati della ferrovia c’erano alberi ad alto fusto (ricordo un magnifico cedro del Libano), oltre a qualche orto abusivo.
Poi qualcuno ha pensato bene di “riqualificare il territorio” e così sono arrivate le ruspe: la ferrovia è stata inghiottita dal sottosuolo (adesso è una specie di metropolitana dei poveri), e gli alberi sradicati; tutto questo in nome di un pomposo progetto di espansione delle aree verdi, da piantumare a spese di operosi imprenditori edili, in cambio della concessione di permessi per costruire alcune “unità abitative”, particolarmente appetibili sul mercato perché smerciabili come “semicentrali” (che poi vorrebbe dire semiperiferiche).
Il risultato? Lo potete vedere nella foto: tonnellate di mattoni e colate di cemento, inframmezzate da asfittiche e tristarelle aiuole sopraelevate. Le aiuole non sono entrate nell’inquadratura (ci vorrebbe un grandangolo abbinato a un microscopio) e le descrivo: sono alte un metro (adatte a farci sgambettare bambini di piccola statura ma abili nell’arrampicata), malamente ricoperte dalla rada peluria di un’erbetta rachitica e vi sono stati conficcati alcuni striminziti alberelli, che probabilmente cominceranno a fare ombra quando l’uomo avrà colonizzato Giove.
Come se non bastasse, questi orrendi palazzi che stanno dilagando come una metastasi di cemento nell’area “ex-Veneta”, mi ostruiscono la visuale sulla Torre degli Asinelli, che prima mi piaceva salutare, quando il sole tramontava su Bologna.
Solitamente penso tutto il male possibile degli incivili che scrivono le loro minchiate con lo spray sui muri della città (a Bologna è un hobby molto diffuso), ma in questo caso non mi sento di dare tutti i torti all’estensore di questa amara riflessione.

















